L'isola che non c'è. Il gruppo (lazzaretto) perso tra Socotra e Sana'a.



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Autore: 
Sarita

Una delle (tante) leggende su Socotra narra che l’isola fu scoperta per caso da antichi navigatori avventurosi che si erano persi. Anche io quest’anno mi sono persa e ci sono finita per caso. Pensavo di andare in Mexico, poi il gruppo non si è formato e sono finita a Socotra.


Gruppo a Socotra

Bello perdersi così.
Bello anche trovare un gruppo così.
Era da un po’ che leggevo quello che sarebbe diventato uno dei forum più di successo di Vagabondo: quello degli iscritti a questo viaggio.

Un certo Pedro (poi redento) li stava accusando di essere un gruppo di gozzoviglioni, alcoolisti e porchettari. In effetti con i loro messaggi sono riusciti a cambiare per sempre le keywords dei motori di ricerca e ora googlando “alcolici yemen” e perfino “yemen porchetta di ariccia” trovate… loro, dei vagabondi che pur molto interessati alla protezione dell’ambiente naturale socotrino e alla cultura islamica avevano deciso di… divertirsi.

Ma come, si crea un gruppo così figo e io non ci vado?
Eh no, IO CI VADO.

Al check in del volo Yemenia per Sana’a tutti sembrano conoscerci. “Siete voi quelli delle bottiglie!” ci osannano. E ci sembra una cosa ben strana perché in Yemen non vengono venduti alcolici ma si possono portare. Ben 2 bottiglie a testa. Solo non sta bene consumarli in pubblico.

Dopo 6 ore di perfetto volo Yemenia eccoci a Sana’a. Ci viene a prendere la guida Adam e ci rassicura subito con una storiella che dovrebbe sfatare il mito che lo Yemen sia pericoloso e farci dormire sonni sereni. Con una faccetta angelica ci racconta che gli yemeniti amano davvero gli stranieri e che quando vennero uccisi tre americani il governo si arrabbiò tantissimo con la tribù colpevole e li massacrò tutti, ben 200 morti. Anche i furti non ci sono più, da quando dei profughi rubarono delle cose e venne allestita in una piazza un’allegra decorazione con… tutte le loro mani mozzate.

Ora che siamo più tranquilli grazie alla favoletta della buonanotte del buon Adam nessuno ha più sonno e decidiamo di salire sulla splendida terrazza del nostro albergo nella città vecchia e di aprire la prima bottiglia di vino.

sana'a

Comunque c’è del vero in ciò che ha detto Adam. Gli yemeniti sono persone oneste e ospitali che trattano benissimo gli stranieri. Lo so, dopo il tamtam mediatico di queste ultime settimane vi sembrerà una balla. Eppure è così.

Lo Yemen è un paese poverissimo che non produce nulla. Il poco petrolio che ha basta appena per le esigenze interne. L’unica entrata è – era – il turismo. Quindici giorni fa l’unica entrata era il turismo italiano. Non si vedevano francesi, inglesi, tedeschi, giapponesi. Solo italiani. Oggi, 15 gennaio 2010, lo Yemen non ha alcuna entrata.


Sana’a è una città da mille e una notte e capisco benissimo perché Pasolini decise di fermarsi qui per un periodo nel 1971. E’ anche grazie a lui che l’Unesco ha provveduto a restaurare le mura e i bellissimi palazzi della città vecchia. Ne visitiamo diversi scoprendo che la loro architettura è studiata per ricalcare in modo perfetto le tradizioni sociali e familiari: i 4 piani ospitano ognuno l’appartamento di una diversa moglie, all’ultimo la sala dove il proprietario può starsene in pace a masticare Qat e a guardarsi la tv satellitare. Anche il nostro albergo è un palazzo antico, con i muri spessi un metro che tengono fuori il freddo invernale ed il caldo estivo. Alle 5 del mattino il muezzin più vicino ti sveglia salmodiando e gli fanno eco tutti gli altri. L’alba di un nuovo giorno.


Una passeggiata nel suq di Sana’a è un bel modo per capire come vive la gente. La prima cosa che salta agli occhi sono le donne, ombre sfuggenti, una presenza/assenza che mi lascia basita. Sono abituata al Medioriente e qualche donna con il burqa (che qui in Yemen si chiama sharshaf, un vestito nero che nei casi migliori lascia scoperti solo gli occhi) ma qui tutte, proprio tutte lo portano. Solo ombre nere che sembrano vivere un’esistenza parallela avulsa da ciò che le accade intorno. Ma sarà vero?
donne in Yemen
Gabriella, moglie italiana del nostro corrispondente Mohammed, porta vestitoni ampi lunghi fino ai piedi e gira con la testa avvolta in foulard colorati. Sembra già lontana anni luce dall’universo femminile yemenita, una macchia di rivoluzionario colore in un universo nero. Mi racconta che pur avendo sposato Mohammed, il mondo femminile le è precluso. Non ha una sola amica donna a Sana’a. Gli uomini però la trattano con cordialità e nessuno si è mai lamentato per i suoi “abiti lascivi”.

In effetti lo Yemen non è come l’Iran, qui le straniere non sono obbligate a coprire i capelli. Io ho portato dall’Italia un foulard ma non mi ci sento a mio agio, e quindi non lo indosso. Nessuno mi guarda male per questo. E io non mi sento nuda.

Il mio consiglio alle viaggiatrici che visitano lo Yemen è di vestirsi come si sentono a proprio agio. Certo, la minigonna è meglio lasciarla a casa.

Ho comunque portato i vestiti più larghi e antifemminili che ho a casa, più qualche abito indiano che risulta perfetto. Quando mi passa davanti un angelo nero saluto e sorrido. Cerco di intuire dai suoi occhi cosa pensa di me. Non ci riesco.
Cosa pensano questi begli occhi neri di una straniera di cui si vede la faccia, si capisce l’età e se è allegra o arrabbiata?

(Grazie a Beppe per questa foto)        


Con le ragazze del gruppo discutiamo parecchio della situazione della donna yemenita. Ma dopotutto dobbiamo ammettere che delle donne yemenite non sappiamo assolutamente nulla. Non ne abbiamo mai neanche veramente vista una, pur essendo state in Yemen.

Altra cosa che salta agli occhi nel suq di Sana’a, e in tutto il resto del paese, è il consumo spasmodico e costante, di Qat, un’erba stimolante dall’effetto simile alle anfetamine. Gli yemeniti non la considerano una droga, mentre nella vicina Arabia Saudita si, ed è vietata. Va consumata fresca e si mastica per ore tenendola nella guancia.
Io non ho niente contro il Qat, ma c’è da notare che un terzo dei campi coltivabili dello Yemen lo produce, a scapito di altre verdure commestibili, e che la metà dello stipendio della popolazione (circa 80 dollari al mese) viene usata per comprare quest’erba.
In Yemen tutti, ma proprio tutti, masticano Qat. Alcuni lo fanno tutto il giorno, altri solo all’ora del Qat, che è nel pomeriggio. Durante il rituale del Qat i masticatori sono rilassati, spesso si chiudono in casa, nella loro bottega o stanze d’albergo. Alle sei di sera Sana’a è deserta. Dopo un’ora di masticazione sono euforici, come ubriachi.

Detto questo vi devo avvertire che gli yemeniti oltre che onesti e ospitali sono anche… flippatissimi!


Tornando in albergo dal suq ci inoltriamo per i vicoli stretti guidati da Adam. Io chiudo la fila e seguo uno che segue uno che segue un altro che… non segue nessuno a dire il vero. E noi di coda al gruppo lo stiamo seguendo da un sacco di tempo. Insomma, alla fine mi sono persa davvero. Evvai. Chiediamo indicazione ai padroni di alcune bottegucce, non capiscono dove dobbiamo andare ma sono così gentili da attivarsi tutti fino a trovare due ragazzi che parlano inglese, i quali a loro volta sono così gentili da accompagnarci fino al nostro hotel.

                                                                       (Grazie a Stefano per questa foto)   

       
Il secondo giorno visitiamo i dintorni di Sana’a: i bellissimi villaggi di Shibam, Kaukabam, Hababa, Poi vogliamo andare anche a Thula ma sulla strada ci ferma un chack point governativo. Che vogliono? Bo’, ci contano. Il buon Adam come al solito ci rassicura: ci contano perché stiamo entrando nel territorio di una tribù, così quando ritorniamo ci possono ricontare e se ne manca qualcuno possono capire quale tribù ci ha rapiti. Ottimo. Però ci dicono anche che a Thula non si può salire. Perché?

E qui scatta l’usanza yemenita per cui se non sai una cosa e qualcuno te la chiede tu… te la inventi. Ma… è la mentira messicana! Vedi che alla fine il filo rosso tra Yemen e Mexico c’era!
Interrogando Adam, i passanti, Gabriella e Mohammed siamo arrivati a collezionare ben 3 motivazioni che spieghino la chiusura di Thula ai turisti:
1)      La tribù di Thula si è rifiutata di mandare i suoi giovani in guerra, così il governo li ha puniti impedendone l’accesso ai turisti.
2)      Un poliziotto di Thula ha schiaffeggiato un vecchio di Shibam, così il governo li ha puniti impedendone l’accesso ai turisti.
3)      I venditori di Thula sono stati troppo pressanti e inopportuni con i turisti così il governo blablabla.

Nell’impossibilità di capire quale sia la storia vera o anche ci sia una storia vera decidiamo a furor di popolo che quella che ci piace di più è la prima. Del resto, tra storie e leggende e invenzioni e allucinazioni da Qat è impossibile scindere la favola dalla realtà. Le favole qui (vedi quelle di Adam) hanno sempre un finale dolorosamente reale e la realtà viceversa ha sempre un retrogusto magico. Meglio godere e basta di tutti i racconti che ci regala questo popolo.


E voliamo via. Ci accompagna Mohammed, Adam invece rimane a Sana’a.
Guardo fuori dal finestrino: solo nuvole. Poi le nubi si diradano e appare un’isola dalle montagne altissime circondata da mare cristallo. E’ Socotra.

Appena scesi dall’aereo un caldo africano ci invade. E’ estate, evvai! Ci dividiamo nelle jeep facendo un casino assurdo, da bambini che non hanno mai visto il mare. Corrado, Monica, Marina, Valeria e Carlo finiscono tutti sulla jeep di Ahmed Il Pazzo. Troppi. Dopo un’ora proviamo a separarli per farli stare più larghi ma non c’è verso, ormai si sono fusi nella comitiva più figa del gruppo.

Un pranzo di pesce suggela il nostro arrivo. Riso, pesce e salta (= una specie di stufato speziato) di verdure. Buonissimo. Nessuno però sospetta che non si mangerà niente di diverso per tutta la settimana.
Saliamo sulle montagne e ci si para davanti un paesaggio così splendido e assurdo che non riesco a descriverlo a parole e mi ci vuole una foto.

socotra homil

Gli alberi sono stranissimi qui, primo fra tutti il Sangue di Drago (Dracaena Cinnabara), poi l’albero bottiglia.

Scendiamo dalle montagne e puntiamo sulla costa sud dell’isola. Spiaggia di Omaq. Unico campeggio attrezzato della costa sud, che abbonda di spiagge bianchissime e difetta di acqua. Un ambiente naturale e selvaggio incontaminato in cui siamo soli, senza corrente elettrica, senza telefono. Meraviglioso, proprio ciò che cercavo dopo mesi di lavoro. Nella foga del momento ognuno scarica bagagli a caso sulla sabbia bianca. Nessuno trova più niente ma vabbè, che ci frega, tutti in acqua per un meraviglioso bagno e chi non ha trovato il costume ha le mutande.

Ci avevano detto che l’acqua del mare a dicembre è fredda. Per fortuna non è vero, è caldissima e un bagno così lo ricorderemo per sempre.

La sera, ritrovati tutti i bagagli tra le dune, si va a lume di torcia ad osservare la vita dei granchi, che qui a Socotra, come dice il nostro nuovo amico Emanuele (che ricorderemo tutti per NON aver pescato un barracuda), non sono come tutti i granchi del mondo che tirano a campare scavandosi una buca normale ma si impegnano tantissimo per costruire una perfetta piramidina di sabbia accanto alla loro tana.

qualancia socotra granchi socotra

La mattina ci svegliamo con il sole ci facciamo un altro bellissimo bagno. Poi si smonta il campo e si parte. Andiamo all’interno, incrociamo una scuola e Stefano fa fermare la nostra jeep: ha portato un mucchio di quaderni e penne che regala agli studenti. Il maestro lo ringrazia, gli alunni maschi si avvicinano incuriositi, le bambine viceversa si allontanano e si coprono. Tramite il nostro autista Ali raccomandiamo al maestro di far pervenire il materiale anche alle ragazze. Poi si riparte. Ma nessuno sa che nel frattempo la jeep di Salem (detto Schumacher) ha bucato una gomma e una volta montata la ruota di scorta ha perso di vista noi altri e il bivio che abbiamo preso. Data l’assenza totale di comunicazioni (i cellulari yemeniti non funzionano al di fuori di Hadibo, i cellulari italiani non funzionano proprio a Socotra) li perderemo fino all’ora di pranzo.

Ma si perdono tutti in questo racconto, direte voi! Eh si.

Quando li ritroviamo c’è un gran discutere sullo stato della loro jeep: la gomma di scorta è liscia e non è un mezzo proprio sicuro. C’è chi coraggiosamente si offre di prendere il posto degli occupanti della jeep menomata, chi propone di cambiare la gomma con qualcun’altra (scopriamo che ogni jeep ha ben 2 ruote di scorta – tutte lisce presumo). Alla fine gli autisti ci dicono che siamo praticamente arrivati al campo, mancano pochi chilometri e di strada in piano. Tirano fuori anche delle radio trasmittenti. Ma come? Avevate le radio? Eh si, ma mancavano le batterie. Nicolino McGyver ha tutte le batterie del mondo nel suo zaino. In realtà nel suo zaino credo che abbia proprio tutto.

Così percorriamo la strada costiera e dopo poco arriviamo sotto dune bianche alte un centinaio di metri. Siamo ad ArAr, soli in un paesaggio lunare.

 socotra deserto
                                        Deserto: foto rispettivamente di Beppe e Stefano

Troviamo un ottimo posto per accamparci. Campeggio libero, che poi non è una situazione troppo diversa dal campeggio “attrezzato”. La differenza è che nel campeggio attrezzato i bagni sono due e si fa la fila, qui i cespugli sono infiniti. C’è anche un limpido torrente che scende dalle alte vette sopra di noi e forma una piscinetta naturale con cascatella. Subito si trasforma nel nostro centro benessere e viene ribattezzata “la Jacuzzi del Sindaco”.
Dicesi Sindaco tale Nicola Senior, amico di Nicolino McGyver. Pare che al suo paese, nel bresciano, sia stato trombato alle elezioni comunali. Il gruppo, solidale con tutte le culture del mondo anche quella bresciana, decide di eleggerlo Sindaco e di affidare a lui tutti i rapporti con le varie autorità locali che incontreremo: imam, militari, possidenti terrieri e anche… il direttore di banca. Ma questo ve lo racconto dopo perché intanto è successa una cosa bruttissima.

 
                                 Dune di ArAr e Jacuzzi con Sindaco (foto Stefano e Beppe)

Stefano si è fatto male. Ha saltato un’onda, è rotolato e gli è uscita una spalla. Lo riportano al campo. Dato che ormai siamo dei bruti stile Rambo quando si ricuce il braccio, Stefano convince Paolo a tentare di fargliela rientrare. Ma non ci riescono.
Arrivano gli autisti e vedendo che il povero Stefano si contorce dal dolore lo caricano subito in macchina. Saliamo anche io e Elena, la ragazza barra amica barra ex ragazza di Stefano. Partiamo a razzo, con Salem detto Schumacher alla guida (chissà perché avranno scelto proprio lui…), Stefano sul sedile del passeggero, Ahmed il Pazzo dietro di lui che gli tiene ferma la spalla per tutto il viaggio (Grazie Ahmed!) ed io e Elena che decidiamo che per distrarre il ferito dal dolore dobbiamo farlo ridere il più possibile ma che non sempre ci riusciamo perché siamo un po’ atterrite pure noi.
Dove lo troviamo uno che sa far rientrare una spalla? Al paese, Hadibo. C’è un’ora di strada per arrivarci ma con Schumacher alla guida ci mettiamo solo 35 minuti, 140 km all’ora, con io che urlo “He is not dying! Please, slowly” e Salem, che non sa l’inglese, che pigia sull’acceleratore.

Arriviamo sparati ad Hadibo, un bello sterrato stile se devi partorire partorirai ci porta all’ospedale. Bè, ospedale è una parola un po’ grossa. C’è un cancello di ferro arrugginito che Ahmed scende ad aprire al volo. Nel piazzale un capannello di gente, e non si capisce se siano malati, curiosi o semplicemente gente che vive lì perché non sa dove altro andare. Un ragazzino che se è tanto avrà 18 anni si infila un camice e ci apre un ambulatorio chiuso con un lucchetto. Dentro tutto quello che c’è sono una scrivania e due vetusti lettini, uno dei quali sporco di sangue fresco. Il ragazzino vorrebbe che Stefano si sdraiasse proprio su questo. Dato che nel frattempo è entrata un sacco di gente nell’ambulatorio, ci dispiace fare la figura degli schizzinosi e tentenniamo. Ahmed urla in arabo e si fa chiamare al telefono (che qui almeno c’è) il dottore. Come fulmini io e Elena tiriamo fuori delle salviettine umidificate e senza dare troppo nell’occhio puliamo il lettino. Ahmed ed altri non ben identificati presenti (molti dei quali masticano Qat) discutono a gran voce non capiamo su cosa. Fanno un casino tremendo, urlano, si sbracciano. Non si capisce niente. “Basta” urlo allora io, in italiano tanto è lo stesso “Siete proprio dei fattoni”. Però attiro la loro attenzione. Poi gli faccio, tutta dolce e gentile “Doctor?”.
Così portano dentro un uomo con una kefia in testa. Il dottore? No, ci spiega Ahmed, non proprio un dottore ma un “beduino dottore dei beduini”. Ok, ce lo faremmo pure andar bene, ma questo tale si avvicina e osserva la spalla di Stefano con uno sguardo vitreo e ipnotizzato. Non proferisce parola. Nel frattempo intravediamo un sacchetto pulito appena arrivato, ne stanno tirando fuori una siringa nuova ed il paradiso del tossico: lidocaina, morfina, c’è tutto. Meno qualcuno che faccia rientrare sta benedetta spalla.
Ahmed allora riprende ad urlare e ci ricarica tutti di corsa in macchina, anche il dottore beduino, che rimane sempre assolutamente muto e inutile.

Adesso noi tre italiani ridiamo. Perchè? Bò, forse perché per parafrasare al contrario un noto film, qui a Socotra a cercare un dottore... non ci resta che ridere. Ma non è mai detta l’ultima parola: Salem raggiunge a razzo una bellissima farmacia ad un centinaio di metri. Lì ci dicono che il dottore è andato all’ospedale, ci torniamo e…
… c’è il dottor Osama.

Giovane, calmo, indossa una camicia pulita e parla un inglese quasi british. Consiglia a Stefano l’anestesia. Lui, che è la seconda volta che si ritrova una spalla lussata nella sua vita e ricorda il dolore immenso provato quando gliel’hanno rimessa a posto la prima volta, saggiamente qui rifiuta l’anestesia. Il dottore si complimenta con lui per il coraggio e, con poche mosse gentili, tanto semplici quanto efficaci, gli rimette a posto la spalla senza fargli provare alcun dolore. Gli fornisce un tutore di stoffa e si raccomanda di tenerlo per i giorni a venire. Grazie dottor Osama!
All’uscita la polizia, che è stata avvisata, chiede a Stefano come si è fatto male e si fa rilasciare una dichiarazione scritta sull’accaduto.

Rilassati come se ci avessero davvero iniettato la lidocaina, ci fermiamo in uno spaccio. Mentre acquistiamo dell’acqua e dei biscotti per il dopocena al campo, ci accorgiamo che…
Vi ricordate la jeep con la ruota liscia, quella non sicura, quella che ha bucato stamattina? Ecco: secondo voi con 6 jeep a disposizione quale possono aver scelto i nostri autisti per portarci dal dottore a 140 km all’ora?
Ebbene si, e mentre beviamo un vicino gommista ripara in pochi secondi la gomma bucata. Del resto qui la benzina costa, meglio prendere due piccioni con una jeep! Ci fermiamo anche a comprare il Qat per gli autisti, un cocomero per noi e poi torniamo verso il campo.

Stefano adesso non sente proprio più dolore. Come i bambini di South Park recitiamo “Oggi ho imparato qualcosa”. In Yemen, su un’isola semideserta, in un ambulatorio dove manca tutto, persino guanti e carta, il dottor Osama ha curato Stefano molto meglio dei medici italiani.

Al campo ci aspettano tutti. Nessuno ha voluto cenare né aprire la quotidiana bottiglia di vino. Entrambe le cose le facciamo tutti insieme, sotto una luna gigante.

 

Il giorno successivo è il 31 dicembre e il sole ci sveglia presto. Da ArAr c’è chi va a fare trekking fino a delle bellissime grotte e chi parte alla scoperta delle spiagge bianchissime della zona. La sensazione è per tutti la stessa: essere su di un’isola deserta. Anche se talvolta come d’incanto spuntano dei bambini e delle donne velate. I bambini si avvicinano incuriositi. Vivono talmente isolati da non avere la percezione di chi siamo e da dove veniamo e quindi ci trattano con cordialità genuina. Non ci chiedono regali ma i loro occhietti golosi puntano le nostre bottiglie d’acqua. Gliele regaliamo tutte, non senza fargli capire che non devono gettare i vuoti in terra. E’ solo acqua ma sono felici come se gli avessimo regalato una playstation.
A pranzo siamo tutti al campo per la nostra razione di riso e pesce quotidiana. E poi di nuovo in spiaggia.
Prima del tramonto un bel bagno nella Jacuzzi del Sindaco e tutti pronti per la… festa di Capodanno!

Menù di Capodanno:
Aragosta bollite
Patate Fritte
Spaghetti al pomodoro
Lenticchie (senza cotechino!) cucinate da cuochi + Sarita
Dolci vari portati dall’Italia
Vini tutti ma proprio tutti quelli rimasti
Insomma, un menù che tutti ricorderemo, sia per l’eccezionalità degli ingredienti, sia per un altro motivo che capirete poi…

Dopo cena serata danzante al nostro campo, a cui partecipano molti abitanti dei vicini villaggi e alcune autorità locali del calibro del direttore della banca di Hadibo. Il nostro Sindaco Nicola viene incaricato di sedere accanto alle autorità e consumare il pregiato Qat che come Re Magi ci hanno portato in dono dalle più lontane terre yemenite. Non proprio convintissimo, il Sindaco si siede e inizia a masticare, con noi che in italiano gli succediamo come fare per non farci sfigurare.
Sindaco: Che faccio? Mando giù?
Noi: no, mastica. Fai il pallettone nella guancia.
Sindaco: ma non ce n’entra più. Sono già alla seconda fascina.
Noi: mastica, mastica
Sindaco: Ma sto mangiando anche i rametti!

Count down di mezzanotte e ci scoliamo tutta la nostra riserva di alcolici. Poi di nuovo si balla. Primo ballerino della serata Ahmed il Pazzo, che continua imperterrito a ballare anche quando arriva un acquazzone tropicale. Poi spiove e si riballa.



A notte fonda ce io e Fabio ci buttiamo in tenda e… splash. Materassi bagnati. La tenda ha fatto acqua. Vabbè, chissenefrega, ci buttiamo sopra una pila di vestiti asciutti e pace. Invece ci vengono a chiamare una coppia di partecipanti incazzati neri: anche la loro tenda è allagata. E anche altre due, i cui occupanti però sono più tranquilli. Così vado a chiamare Gabriella e io e lei (perché Mohammed è in coma etilico che galleggia sul suo materasso anch’esso zuppo) andiamo con le torce a cercare altre tende per gli alluvionati. In effetti scopro che a tutte le nostre tende non sono stati montati i teli superiori. Perché? Mi è subito chiarissimo: perché sotto i teli superiori dormono gli autisti. Siamo in tanti e quindi non c’erano abbastanza tende per tutti gli autisti, che però sono così carini da svegliarsi e venirci ad aiutare. Non so dove, ma rimediano due nuove tende e le montano in quattro e quattr’otto. In una ci si fiondano gli incavolati, mentre l’altra - noto con piacere - gli altri 4 alluvionati se la offrono a vicenda così come dovrebbe fare un buon gruppo. Io e Gabriella facciamo un check per il campo per vedere se qualche altra tenda fa acqua. Da alcune non ci rispondono, decretiamo che se dentro non stanno dormendo all’asciutto devono essere sbronzi come Mohammed e quindi finalmente possiamo andare a dormire.

Qualche ora di sonno e un nuovo sole illumina Socotra. Il campo si sveglia un po’ umidiccio. E Monica si sveglia con 39 di febbre. Che sarà? Che non sarà? Comunque è troppo debole per partecipare all’escursione della giornata e decidiamo di ospedalizzarla… in un albergo di Hadibu perché ve lo ricordate com’è l’ospedale. Dato che anche la ragazza di Emanuele il pescatore sta male, decidiamo di portarle entrambe con la loro jeep. Devo cacciare letteralmente la banda di Monica: Corrado, Valeria, Marina, Carlo e anche Ahmed non vogliono separarsi da lei. Alla fine li convinco, saluto con un po’ d’invidia il gruppo che va ad Homil (tornerò un giorno a Socotra per vederla!) e parto con questa ambulanza improvvisata. La strada per Hadibu la conosco fin troppo bene purtroppo. Ci vuole un’ora per arrivarci, con Schumaker ci avevamo messo 35 minuti, oggi ci mettiamo 2 ore perché le ragazze stanno malissimo e dobbiamo fare delle soste. Si scopre anche che cos’hanno. Non malaria, dengue, influenza del porco (tre malattie qui peraltro inesistenti, specialmente la terza per evidenti motivi islamici) ma… cagotto! Evvai, esulto, il cagotto io lo so curare e magari non dobbiamo andare a rompere le scatole pure oggi al dottor Osama. Il mio gruppo poi ha infinite scorte di Normix.
Oggi fa caldissimo e io sono sul sedile posteriore in mezzo a due ragazze con 39 di febbre che tremano e si dividono una coperta che inevitabilmente copre anche me. Arriviamo ad Hadibo dove troviamo anche Gabriella. Ci porta in un albergo abbastanza fatiscente, una struttura che verrà da ora in poi denominata… il Lazzaretto.
Trascorro la giornata a chiacchierare con Gabriella sui gradini dell’albergo mentre due caprette giocano in mezzo all’immondizia che ricopre le strade sterrate del centro di Hadibo. Monica è sotto Normix ma non migliora. Dorme. La andiamo a controllare ogni mezz’ora ma sfiga vuole che vada in bagno nel momento sbagliato e svenga per la febbre. Per fortuna non si fa male. Ci racconta che pensava di dormire nel suo letto e invece si è ritrovata… seduta sul pavimento del bagno.

Alle 5 del pomeriggio torna Mohammed a prendermi per riportarmi al campo. Ho intenzione di tornare dopo cena per passare la notte a controllare Monica.
Mi sento apatica e annoiata. Non ho pranzato ma niente fame. Gli altri mi dicono che ho un’aria strana. In effetti non mi sento molto bene. Mi provano la febbre e… 38 e mezzo!

Eh no, io nel Lazzaretto non ci rimango. Andava bene finchè facevo da usciere (da infermiera è dire troppo) ma la paziente no, non la voglio fare. Penso che forse la febbre è solo salita per il caldo che ho preso sotto la coperta con 40 gradi.
Fuga dal Lazzaretto allora. Rimane Gabriella.

Il nuovo campo è a meno di mezz’ora dal Lazzaretto. Il gruppo è arrivato dopo essere stato la mattina sulle montagne, nel bellissimo parco di Homil, e il pomeriggio a fare snorkelling alla barriera corallina di Diamri. Montano le tende e io, bè, io non mi sento affatto bene. Ho un febbrone allucinante e non cammino dritta. Zombeggiando arrivo alla mia tenda e ci cado dentro. Vedo tutto offuscato, compreso un libro che non pensavo di possedere. Ma forse lo sta leggendo Fabio. Invece no, ho sbagliato tenda e sono in quella di Paolo e Mattia. Mi ritirano su e mi lasciano cadere nella tenda giusta. Per fare la splendida tiro fuori la testa: “Ragazzi, stasera non mi sento molto bene, potreste dire al cuoco se mi prepara un po’ di riso e pesce così sto leggera?”. E poi buio.

Mi risveglio. Sono passate alcune ore. Raggiungo gli altri che hanno finito di cenare. Elena mi presta il suo termometro, un oggetto che finiremo per chiamare “il testimone”. Ancora 38 e mezzo. Ma dobbiamo andare a trovare Monica! E qui scatta la solidarietà di un gruppo che ricorderò per sempre: la crew di Monica organizza una gita serale al Lazzaretto per tirarle su il morale. Dato che io sono una larva umana non mi vogliono. La grandissima Marina si offre come infermiera notturna. Partono con Ahmed il Pazzo. Va anche Fabio.

Io rimango al campo interrogandomi su quando e se mi verrà il cagotto. Il saggio Piero mi consiglia di prendere del Normix preventivo ma io ancora non ci credo.
Mi butto un altro po’ in tenda. Penso che il sonno mi può curare.
Mi risveglio, è tornato Fabio con delle notizie dal Lazzaretto. Numero uno Monica è così debole e disidratata che hanno chiamato il dottor Osama che l’ha messa sotto flebo. E’ arrivato masticando Qat e ha attaccato la flebo al palo di una tenda. Poi ha spiegato a Marina come cambiarla. Numero due Carlo, che era andato solo in visita, si è sentito male e hanno ospedalizzato anche lui al Lazzaretto. Numero tre anche Corrado accusa dei malesseri ma gli hanno provato la febbre e non ce l’ha e ora tutti credono che sia solo autosuggestione oppure che si senta escluso dalla serata al Lazzaretto. Comunque è tornato al campo.
Sonno, ma spezzato da intensi pensieri. La mia mente svolazza tra ricordi frammentari che diventano pian piano sogni. Sono in spiaggia e il mare è cobalto. Affondo le mani nella sabbia bianca della spiaggia, anzi no del deserto che sta in mezzo a Socotra. Poi sono a tavola ed è notte, la notte di Capodanno, e brindiamo al mio tavolo con una bottiglia portata dall’Italia e abbiamo un solo coltello per tutti, uno solo, e non sappiamo come pulire l’aragosta, e allora Fabio la pulisce per tutti e la passa, poi ne pulisce un’altra e la passa. A chi la passa? A Valeria alla sua sinistra no perché è allergica ai crostacei, a Marina no perché non mangia pesce. La passa a quello dopo, che è… Carlo. E poi ci sono io vicino a Carlo e la passa a me, e io ne mangio un pezzo e la passo a chi sta alla mia sinistra che è… Monica. Poi c’era anche Corrado (ma vabbè, lui sta bene…).
Spalanco gli occhi.
Monica era alla mia sinistra e Carlo alla mia destra. Ci siamo divisi un’aragosta la sera di Capodanno.
Cazzo.

Sono le 6 del mattino e ho ancora 38 e mezzo di febbre e ingurgito una pasticca di Normix.

Il Normix comunque funziona. E’ la prima volta che lo prendo in vita mia ma ne avevo già osservato gli effetti miracolosi su svariati compagni di viaggio. Dopo due ore non ho più febbre, dice “il testimone”, il nostro fidato termometro.
Oggi dobbiamo partire per la bellissima spiaggia di Qalancia, ma prima passiamo tutti al Lazzaretto.
Anche Carlo e Monica stanno molto meglio, li vado a salutare. Con l’occasione faccio anche una capatina nel loro bagno perché… ebbene si, anche io ho il cagotto!!!
Decidiamo che Carlo e Monica ci raggiungeranno a Qalancia quando se la sentiranno. La stoica infermiera Marina invece ce la riprendiamo: in questa vacanza ha imparato a cambiare le flebo e ha avuto la conferma che fa bene a non mangiare pesce.

Partiamo con le nostre jeep e in un’oretta di splendidi paesaggi costieri siamo a Qalancia, la spiaggia più bella dell’isola. E’ una lingua di sabbia lunga quasi un chilometro che chiude una baia formando una laguna. Mare da favola e sabbia bianco latte. E noi che facciamo? Ma il bagno, ovviamente, come sempre.

Io, che sono ancora in fase larva umana, me ne sto a quattro di bastoni sotto l’ombrellone sperando di riprendermi. Però come al solito star male non mi piace e quindi pian pianino striscio sulla sabbia e mi vado a fare un bagno. Piuttosto muoio affogata, ma qui il bagno lo devo fare! Però sto solo dove si tocca, decido con ciò che rimane della mia saggezza originaria, qua ci manca solo il morto.

Dopo una mattinata su questa fantastica spiaggia raggiungiamo a piedi il campeggio, che è davanti la laguna. E qui compaiono… i gruppi di Avventure nel Mondo. Li avevamo evitati fino ad ora ma qui è impossibile. Il campeggio è quindi affollatissimo, ma visto il posto pazienza.
A pranzo mi provo la febbre e ho solo 37 e mezzo. Evvai. Però Beppe mi chiede di prestargli “il testimone”, non si sente molto bene. Qualche secondo sotto il braccio e il bip annuncia i 38 e mezzo.
Il gruppo lo addita e in coro gli urliamo: “Lazzaretto, Lazzaretto, Lazzaretto!”.
Poi gli diamo due cose: il Normix, subito (tanto ormai si sa come si evolve la situazione), e “il testimone”, di cui sono felicissima di liberarmi.
Mentre Beppe se ne va in tenda (anche lui non ci pensa neppure ad autospedalizzarsi al Lazzaretto di Hadibo) parte del gruppo segue le centomila persone di Avventure nel Mondo che guadano la laguna per raggiungere la lingua di sabbia. Io rimango a riprendere le forze ingozzandomi di tonno in scatola e riso. D’altronde sono 24 ore che non mangio. Quando sono quasi arrivati alla lingua di sabbia compaiono Mohammed e Gabriella. “Cosa fanno?” mi chiedono allarmati “Non si può guadare la laguna, ci sono le razze!”. Azz. Magari farcelo sapere prima? Per fortuna nessuno, né dei nostri ne di Avventure nel Mondo, mette il piede su una razza.

Torniamo tutti in spiaggia. Al tramonto organizziamo una partitella di pallone: il nostro gruppo contro ragazzi locali. Risultato 3 a 2 per noi. Ma grosso fallo di Fabio su un avversario. Il nostro Sindaco, che arbitra, non lo espelle ma il giorno dopo si espellerà da solo da tutte le escursioni perché non riesce a poggiare il piede in terra. Mentre cammina con un bastone stile nonnetto al mare, gli altri, ovviamente, gli gridano “Lazzaretto, Lazzaretto!”.



La notte si alza un forte vento, lo sentiamo fischiare e sbattere sulle pareti della tenda. C’è solo da immaginare cosa sia il vento d’estate, quando imperversa il monsone e Socotra rimane isolata. La natura qui è talmente selvaggia da governare la vita delle persone e anche tutte le attività dell’isola. Prima di partire avevo letto notizie allarmanti su possibili investitori che progetterebbero hotel e villaggi sulle spiagge socotrine. Per fortuna tutti i progetti sono saltati, e questo grazie alla natura che protegge l’isola per mezzo del furioso monsone che vi si scaglia con tutta la sua violenza per 5 mesi l’anno. Nessuno sano di mente costruirebbe mai un hotel da usare solo 6 mesi l’anno, anche considerato che qui sono ancora da costruire acquedotti e linee elettriche. Quindi siamo sicuri che Socotra rimarrà esattamente com’è per molto, molto tempo. Grazie monsone che proteggi questa meraviglia di isola!!!

Il rovescio della medaglia è che il vento alza il mare e ci salta la gita in barca di oggi. Altro motivo che ho per ritornare a Socotra!
Ma c’è una bella notizia stamattina: arriva una jeep e chi ne scende? Monica e Carlo, reduci dal Lazzaretto ma rimessi a nuovo. Li salutiamo con un fragoroso sentito applauso. Ci sono anche Emanuele il pescatore e la sua ragazza, anche lei guarita.

Dato che il vento non da tregua neanche in spiaggia ce ne andiamo nell’unico tipo di posto riparato: il Wadi Ayhaft, che è un canyon scavato da un fiume. Ce ne sono diversi di wadi su Socotra e alcuni li abbiamo già visitati, ma il torrente che c’è in questo è davvero spettacolare. Prima di tutto perché pulitissimo. Poi perché crea una piscina naturale con cascatella di rara bellezza. E se portate un gruppo di vagabondi in un posto del genere, anche considerando che la sera prima hanno diviso due docce con tutto un campeggio affollato, cosa pensate che facciano? Ma il bagno, ovvio. E stavolta mi tuffo senza paura di affogare, in quest’acqua fresca e pulita.

Ed è arrivato il momento dei saluti, degli abbracci e della ultime foto di gruppo. Una metà di noi torna a casa, ripassando per Sana’a, l’altra metà rimane ancora qualche giorno su Socotra e dato che sta arrivando una serata di brutto tempo si decide di farli campeggiare a sud, a Omaq beach, dove non piove mai.
Noi che partiamo dormiamo una notte ad Hadibo, non nell’hotel Lazzaretto ma in un altro. Ritrovare comodità come il letto e la doccia è quasi straniante. Mi lavo i capelli con shampoo e balsamo, cosa che avevo evitato nei giorni passati, perché inquinano. Strano, davvero strano trovarsi di fronte ad uno specchio.


                               Tutto il gruppo                                                                   Sarita con gli autisti


La sera io e Fabio andiamo dal dottor Osama perché la sua caviglia si è gonfiata e non riesce ad appoggiare il piede a terra. Una pomata miracolosa gliela rimette in sesto in poche ore.
Dottor Osama: "Insomma, partite"
Sarita: "Si..."
Dottor Osama: ... (viso rasserenato)
Sarita: "Ma 11 rimangono ancora qualche giorno"
Dottor Osama: ... (terrore)
Sarita: "Senti, se magari sei fortunato e loro sono fortunati non li vedi più"
Dottor Osama: (ride)
Sarita: "Inshallah"

Quest'uomo ha curato 4 vagabondi: 1 con una spalla lussata, 2 col cagotto, 1 con contusione alla caviglia (incidente di pallone). Tutti rimessi in sesto alla grande.
Grazie dottor Osama!

Il giorno dopo voliamo a Sana’a. E’ il 4 gennaio 2010. Ci arrivano inquietanti sms dall’Italia che parlano di bombardamenti nei pressi della capitale. Non è così, la vita cittadina scorre placida come al solito. Incontriamo anche l’altro gruppo di Vagabondo, i cinque che hanno fatto il viaggio nello Yemen continentale. Sono contentissimi e ci rassicurano sullo stato di sicurezza del paese: non si sono mai sentiti in pericolo.
Al suq io e Fabio cerchiamo di comprare una pentola, la vorremmo più grande ma non parliamo arabo e non riusciamo a spiegarci con il venditore. Si avvicina un signore abbastanza distinto, porta una lunga barba.
“Can I help you?” mi domanda, e io lo ringrazio di cuore spiegandogli come voglio la pentola.
Sorride. “No” mi spiega paziente “is a different kind of help”.
Tira fuori degli opuscoli sull’Islam. Ne ha anche in italiano.
Ahhhh, vuole aiutare la nostra anima! Ma si, ma si, certo che siamo interessati: Fabio crede in Dio e lo trova da tutte le parti e in tutte le culture, io non ci credo ma studio tutte le religioni in quanto prodotti eccezionali del genere umano. Quindi si, grazie, ci prendiamo l’opuscolo e ringraziamo.
Salutiamo l’uomo. Fabio gli porge la mano e lui la stringe. Io faccio lo stesso ma lui la ritrae sorridendo. Dice che quando leggerò l’opuscolo capirò perché non posso e non devo dargli la mano.
Non ne faccio mai una giusta.
Sono venuta qui con i miei capelli al vento, ho mangiato il mio cibo con la mano sinistra perché sono mancina (anche se ho spiegato ai miei commensali che mi lavo il sedere con la destra), ho fumato le mie sigarette (anche se i mozziconi non li ho buttati mai in terra), sono stata me stessa sempre tutti e 12 i giorni qui in Yemen.
Però devo dire che lo Yemen mi ha accettata per quello che sono.

Quindi ringrazio di cuore gli yemeniti per averci permesso di fare un così bel viaggio e per averci accolto con un’apertura mentale che ultimamente è rara nel mondo.
Ringrazio Mohammed, Gabriella per averci organizzato un viaggio avventuroso, etico e mai banale.
Ringrazio gli autisti Ali basso, Ali alto, Ahmed il Pazzo, Salem Schumaker e Abdul per averci scarrozzato, sopportato, fatti ridere e ballare e per tutte le piccole e grandi attenzioni che ci hanno dedicato in questi giorni meravigliosi.
Ringrazio i cuochi che si materializzavano sempre nel posto giusto con i loro pick up delle provviste.
Ringrazio il direttore di banca per il Qat e tutti gli amici socotrini che venivano a trovarci la sera nei nostri campi.
Ringrazio il gruppo di Vagabondo che è sempre stato all’altezza dell’avventura, che è stato unito e solidale e che mi ha fatto ammazzare dalle risate.
Ringrazio anche un componente del gruppo a cui sono poco simpatica che ci ha mandato ben due email per avvisarci che con Vagabondo non ci viaggerà più (grazieeeeee!).
Ringrazio ancora il dottor Osama per averci curati.
Ringrazio Adam per le sue storie sempre avvincenti.
Ringrazio il cagotto perché è durato poco.
Ringrazio tutti i turisti che hanno paura dello Yemen e non ci vengono lasciandolo pulito e vero e ringrazio l’amico monsone che protegge questa isola spettacolare.
Ringrazio i lettori di Vagabondo che sono arrivati a leggere questo lungo racconto.

Grazie di cuore a tutti!!!

Al prossimo viaggio…

Sarita

 

Se ne avete voglia potete vedere più foto di Socotra e Sana'a nella fotogallery di Vagabondo.

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L'isola che non c'è. Il gruppo (lazzaretto) perso tra Socotra e Sana'a.